Nell’articolo precedente [La spallinata – parte 1] abbiamo introdotto le principali configurazioni di distribuzione dei pallini di piombo nella pesca al colpo.
In questa seconda parte entriamo più nel dettaglio per capire dove e perché ciascun tipo di spallinata trova la propria applicazione nella pesca a bolognese, analizzando i fattori — come corrente, profondità e comportamento dei pesci — che influenzano la scelta della lenza.
Ricordo che gli schemi proposti restano indicativi della geometria di base e vanno sempre adattati alle caratteristiche dello spot e alle condizioni specifiche che si devono affrontare.
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Lenze morbide, aperte e leggere (lenze da passata “a scorrere”)
Le lenze a scalare, aperte e leggere, permettono alla montatura ampi movimenti e fluttuazioni naturali, estremamente adescanti. Si tratta di spallinate di peso contenuto, con distanze iniziali piuttosto ampie tra i pallini e spazi progressivamente ridotti verso l’alto. Hanno una geometria a coda di topo (a doppio scalare, sia in distanza che in peso), lunghezze mediamente importanti — spesso intorno ai 150 cm o più — e sono costituite da un discreto numero di pallini a partire dalle piccole misure. La loro dinamica fa sì che siano un tutt’uno con il terminale: la naturalezza della presentazione dell’esca non è affidata solo al finale, ma all’intera lenza. Per questo si consiglia di mantenere una lunghezza del finale non superiore a tre volte la distanza tra i primi due pallini (quelli immediatamente sopra il terminale). Ad esempio, se l’intervallo tra i primi due pallini è di 20 cm, il terminale non dovrebbe superare i 60 cm.
Nel tratto di foce si utilizzano in presenza di corrente abbastanza lenta pescando a passare, con trattenute leggere e di controllo. Se la corrente è eccessiva, la parte bassa della lenza rischia di sollevarsi troppo dal fondo durante la trattenuta finendo col presentare l’esca più in alto rispetto alla zona di stazionamento dei pesci.
In generale, il comportamento della lenza dipende comunque da come è stata costruita: numero, peso e distribuzione dei pallini giocano un ruolo determinante.
Dove il fondale lo consente, si può talvolta poggiare qualche pallino sul fondo a “dragare”, il che rallenta la corsa del galleggiante senza compromettere la possibilità di sollevare l’esca in trattenuta (quando cioè il galleggiante viene frenato mentre il basso lenza prosegue in avanti). Tuttavia, se il fondale è sporco o irregolare, pescare appoggiati in corrente significa quasi certamente incagliare: è quindi essenziale valutare caso per caso.
In mare, dove le correnti rispetto al tratto di foce sono meno lineari e più deboli, talvolta del tutto assenti, queste lenze servono a conferire all’esca una discesa morbida e lenta. Sono ideali per la pesca in calata lenta e, una volta raggiunto l’assetto stazionario, offrono una presentazione molto naturale sul fondo.
Occorre infine ricordare che, tanto più una lenza è morbida e lunga, tanto maggiore sarà il ritardo con cui trasmette la mangiata al galleggiante. È, in altre parole, una lenza “a risposta lenta”, che richiede galleggianti sensibili e finali di misura contenuta.

Lenze da trattenuta
Le lenze da trattenuta sono spallinate più corte e meno leggere rispetto alle precedenti. Maggior peso, concentrato in uno spazio ridotto, le rende ideali per affrontare correnti più sostenute e per eseguire trattenute prolungate, come spesso accade nel tratto di foce quando c’è un po’ di portata extra.
Tengono meglio il fondo, offrono una presentazione più stabile e sono più rapide nel trasmettere la mangiata. Possono essere realizzate con pallini più o meno piccoli (rispettivamente con minor o maggior intervallo) a seconda del risultato che si vuol ottenere. Anche la lunghezza complessiva può variare, ma in genere queste lenze non superano il metro di estensione.
In mare, dove non si pesca in trattenuta vera e propria, queste spallinate trovano impiego negli spot più profondi, quando c’è leggermente più turbolenza, o nella ricerca di pesci che si alimentano sul fondo. In questi casi il peso complessivo aiuta a raggiungere rapidamente il livello (l’altezza) di pesca, pur mantenendo una lenza relativamente morbida e fluttuante, adatta a presentare l’esca con naturalezza.

Lenze a bottoni di camicia
Quando i pallini sono tutti uguali ed equidistanti, la lenza affonda a velocità costante per tutta la sua lunghezza. Inoltre, non esiste un fulcro evidente — una zona dove il peso è più concentrato — e durante la trattenuta il sollevamento risulta quindi uniforme lungo tutta la lenza.
Le lenze a bottoni di camicia si comportano bene in tutte le fasi: in calata, che è regolare e a velocità costante, come anche in passata e trattenuta. Si tratta di montature estremamente versatili, soprattutto quando realizzate con un buon numero di pallini di medio-piccole dimensioni, poiché permettono di passare con facilità da una distribuzione uniforme a una con serie di bulk.
Una considerazione utile è che, per quanto banale, due pallini piccoli equivalgono a uno più grande, mentre da un pallino grande non se ne ricavano due piccoli. Chi pesca in ambienti dove la corrente è variabile — e il tratto di foce ne è un esempio tipico — sa bene che le condizioni possono mutare rapidamente e che sono necessari frequenti aggiustamenti della lenza.
Può quindi accadere che, per un certo periodo, una lenza a bottoni di camicia risulti ideale, mentre poco dopo sia preferibile una distribuzione più “da trattenuta”. Questi aggiustamenti risultano complessi con le code di topo, ma con le spallinate regolari è sufficiente raggruppare alcuni pallini (vedi schema sotto).

Equilibrio tra spallinata e terminale
Noterete che in tutti gli schemi — per quanto puramente indicativi — i terminali risultano piuttosto corti. Per chi pesca in mare può sembrare un’assurdità, ma occorre riflettere sul perché di certe scelte.
La spallinata è la parte “viva” della lenza, quella che ne determina il comportamento. Il terminale ne completa la dinamica e, se non è in equilibrio con il resto della lenza, finisce per “vivere di vita propria”, perdendo coerenza funzionale.
Se per qualsiasi ragione si ritiene necessario usare un terminale più lungo, è fondamentale ridistribuire i pallini in modo che gli intervalli siano proporzionati alla nuova lunghezza del finale.
Tendenzialmente non amo terminali troppo lunghi, salvo approcci particolari di cui parleremo più avanti. In genere preferisco finali più corti, che rispondono più rapidamente alle mangiate e mantengono un migliore equilibrio con la spallinata.
Va inoltre ricordato che i terminali corti riducono la probabilità di allamate profonde, spesso dannose per il pesce: la rimozione dell’amo può richiedere manipolazioni eccessive e provocare lesioni significative, da evitare soprattutto quando si intende rilasciare la preda.
